Pochi intellettuali sono stati in grado di cogliere l’anima popolare dello sport: Pier Paolo Pasolini sosteneva che il calcio fosse «la religione sacra del nostro tempo»; Eugenio Montale viveva di nascosto la sua passione per il football, come se fosse un peccato mortale. C’è chi, invece, non se ne vergognava affatto. E ne parlava in maniera esemplare sui giornali e tra la gente: Alfonso Gatto – di cui ricorrono i cinquant’anni dalla morte, avvenuta lunedì 8 marzo 1976 in un incidente stradale a Capalbio (Grosseto) – è stato un magnifico cantore di calcio e ciclismo.
Alfonso Gatto e lo sport
C’è spazio per la poesia nello sport? Un interrogativo più che legittimo, in un’epoca dominata da interessi economici e finanziari che hanno sovrastato quasi del tutto il fatto agonistico. Inutile fare professione di nostalgia: questa tendenza – benché spiacevole – è ormai irreversibile. Tuttavia, il passato non ha ancora smesso di parlarci. E l’opera poetica, letteraria e giornalistica di Alfonso Gatto (1909-1976) è ancora vivissima.
Anche se le antologie letterarie non ne conservano quasi più traccia, l’autore salernitano è stato un protagonista assoluto del «secolo breve», muovendosi con grande disinvoltura tra le raccolte di poesie, le collaborazioni giornalistiche, le prose d’arte, il cinema (fu diretto da Pasolini e Mario Monicelli) e lo sport.
Come tutti i giovani della sua età, Gatto si innamorò del calcio e del ciclismo, affascinato com’era dalla loro anima popolare, che catturò in maniera impareggiabile da inviato de «L’Unità», del «Giornale del mattino» e de «Il giornale nuovo», con il quale collaborò negli ultimi anni della sua vita.
Tre Giri d’Italia e un Tour de France da inviato speciale, nel vero senso della parola. Sì, perché al pari di altre firme prestate allo sport (Indro Montanelli, che lo volle con sé al «Giornale» nonostante fossero politicamente agli antipodi, Vasco Pratolini, Dino Buzzati, Anna Maria Ortese e tanti altri), Gatto amava dipingere bozzetti che andavano ben al di là dell’avvenimento sportivo: del resto, non fece mistero di essere negato per la bicicletta.
«Il Giro d’Italia mi appartiene»
«Da giorni e giorni il Giro ormai mi appartiene, è un po’ anche mio, lo difendo. Domenica la nostra effimera famiglia andrà dispersa, ci lasceremo in fretta, ma noi che per l’Italia ci incontravamo per salutarci con grandi gesti tutte le volte che ci incontravamo, così come fanno le navi sul mare, perderemo la nostra aria ciondolona di mozzi che non sanno dove passare la giornata di libera uscita, dimenticheremo negli armadi le divise azzurre e bianche, i berrettini rossi, le insegne, le coccarde. Mai forse nella vita avremo tanti uomini, tante donne, tanti bambini a fare ala al nostro passaggio, noi che non siamo capi di stato o di governo, generali o cardinali, noi che non siamo rispettati o temuti ma invidiati per la nostra stessa felicità di correre dietro ad un sogno».
«In Serie C sono nato e cresciuto»
Dalle strade polverose ai campi di calcio: Gatto era anche un habitué degli stadi. Tendenza milanista – il suo idolo era Gianni Rivera – ma con un occhio di riguardo per la squadra della sua città natale. Era così affezionato alla Salernitana (allora come oggi inchiodata nei campionati minori) che il poeta sciolse un vero e proprio carme d’amore per la Serie C.
«Io, in Serie C, sono nato, cresciuto e pasciuto, come si dice, e non ho mai dubitato che, a parlare di noi laggiù, e della nostra squadra femmina e popolana, era l’Italia tutta che dalla provincia e dalle città piccole e ignote traeva, al meglio dei suoi frutti, il buon seme della speranza e dell’orgoglio. La Salernitana, che poi arrivò persino al salotto dei grandi, ebbe in una piazza d’armi, arata sempre nella sua polvere dai soldati in marcia, il primo campo, in attesa che il vecchio cimitero spedisse altrove i suoi morti e si mettesse a nuovo nel suo rettangolo di tufo ove l’erba mai riesce ad attecchire».
Alfonso Gatto non è più tra noi da mezzo secolo esatto. Salerno – mai abbastanza riconoscente con i suoi figli più illustri – lo ha omaggiato più per dovere che per amore del suo poeta. Sarebbe ora che la «rima d’eterno» lo riscoprisse per davvero, magari con l’aiuto di un libro che raccolga le sue prose di sport: il prezioso e raro Sognando di volare – stampato in appena 500 copie da Il Catalogo – è datato 1983; La palla al balzo uscì per Limina nel 2006. Solo così si vuole bene ai grandissimi.









