Gregorio Paltrineri, Gianmarco Tamberi, Elisa Di Francisca, Achille Polonara. E poi, dopo una staffetta lunga due settimane, sarà il momento della salernitana Benedetta De Luca, la donna-simbolo di una nuova consapevolezza e di una nuova visione della disabilità. A due settimane dal passaggio della torcia olimpica a Salerno, l’avvocato e influencer del capoluogo ha rilasciato un’intervista densa di spunti ed emozioni al nostro giornale.
Intervista esclusiva a Benedetta De Luca
Un’«ambasciatrice di luce»: la definizione usata dalla Fondazione Milano-Cortina per descrivere il compito dei 10.001 tedofori che sfileranno sulle strade della Penisola fino al 6 febbraio 2026, quando allo Stadio “Giuseppe Meazza” di Milano si aprirà la XXV edizione dei Giochi olimpici invernali. Una catena umana di cui faranno parte anche numerosi cittadini salernitani, tra i quali la 38enne Benedetta De Luca, una delle donne che ha cambiato la narrazione della disabilità in Italia. SalernoSport24 l’ha intervistata a due settimane dalla staffetta olimpica che sfilerà nel cuore del capoluogo.
Benedetta, com’è nata la tua candidatura e cosa ha convinto la Fondazione Milano-Cortina a puntare su di te?
«È stata una bellissima emozione ricevere la mail di conferma della mia candidatura. Ciò che mi ha emozionato di più, però, è sentirmi dire che un tedoforo ha una grande responsabilità: ognuno di noi porta con sé non soltanto la sua identità e i suoi valori, ma anche il concetto stesso di inclusione. Quest’ultima parola mi è particolarmente cara: sono nata con una disabilità e, pertanto, mi impegno perché questo concetto sia tangibile nella vita di ogni giorno. Vivo sulla mia pelle tanti stereotipi e tanti pregiudizi e devo superare altrettante barriere a un tempo architettoniche e mentali. Dunque, portare questa fiamma ha un valore immenso per me. Quando percorrerò i 400 metri della mia frazione, vorrei che le persone intorno a me si sentissero ispirate e capissero che le nostre azioni possono rendere il mondo un po’ più inclusivo»
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A tuo avviso, cosa bisogna fare per superare la barriera che ancora oggi divide nel nostro paese lo sport olimpico dal movimento paralimpico?
«Per prima cosa, penso che sia indispensabile assicurare la stessa visibilità all’olimpismo e al paralimpismo, realizzando un unico ecosistema sportivo. Anche se lo sport paralimpico ha guadagnato molta considerazione in questi anni, trovo che non sia la stessa cosa. C’è poi un problema di comunicazione corretta e inclusiva: molte volte prevale una narrazione abilista, che presenta gli atleti come se fossero eroi. Al contrario, stiamo parlando di sportivi veri e propri, che dovrebbero essere giudicati per le loro qualità e per il loro valore tecnico. Infine, la questione dell’accessibilità degli impianti sportivi: molte strutture – dalle palestre alle piscine – non sono adeguate alle esigenze delle persone con disabilità».
Come spiegare all’opinione pubblica che la disabilità può essere un fattore di crescita per l’intera società?
«Ancora oggi, la disabilità è concepita come qualcosa di diverso. Innanzitutto, trovo che questo tema dovrebbe riguardare anche coloro che non sono disabili: spesso si verificano situazioni che limitano la libertà delle persone che si trovano nella mia stessa condizione. In molti casi, poi, il disabile è visto come una persona che ha bisogno di essere curata. Da questo punto di vista, la definizione approvata dalle Nazioni Unite dice che la disabilità sussiste quando una persona con menomazioni fisiche, psichiche e intellettive si trovano a interagire con una serie di barriere. Dunque, si tratta di curare proprio queste barriere, senza le quali non ci sarebbe neppure la disabilità. E se un ambiente è pronto ad accogliere la tua disabilità, alla fine riesci persino a dimenticarla».
Cosa deve fare Salerno per essere una città inclusiva anche a livello sportivo?
«Se penso alla mia esperienza personale, ritengo che Salerno sia una città abbastanza accessibile, al punto che è stata una delle prime a introdurre i posti blu gratuiti per le persone con disabilità. A mio avviso, però, ci vogliono spiagge più accessibili e, soprattutto, più strutture sportive a disposizione degli atleti paralimpici».
Quali sono state le reazioni degli atleti paralimpici una volta ricevuta la notizia della tua investitura?
«Ad onor del vero, no. A questo proposito, mi piacerebbe confrontarmi con qualche sportivo perché ricevere informazioni più dettagliate mi aiuterebbe a essere più sicura quando dovrò portare la torcia».
Con quali occhi osserverai il mondo dello sport e, in particolare, la prossima Olimpiade invernale dopo questa esperienza da tedofora?
«Mi ha sempre affascinato il mondo dello sport, anche se – quando ero più piccola – il rapporto tra sport e disabilità non era visto di buon occhio. Dunque, non ho avuto modo di crescere con una concezione virtuosa dello sport e di questo mi rammarico non poco. Mi sono avvicinata soltanto da adulta alla pratica sportiva, se non altro perché fare movimento è fondamentale. Dopo questa esperienza, sento che il mio cuore sarà più vicino al mondo dello sport, che è un grande motore culturale e un linguaggio universale capace di unire tutti, e comprenderò che l’agonismo va di gran lunga oltre le medaglie».
Quando calerà il sipario sui Giochi olimpici e paralimpici, cambierà qualcosa nella sensibilità del grande pubblico, che pure ha imparato a conoscere lo sport paralimpico grazie ai risultati dei Giochi estivi di Tokyo e Parigi?
«Sì, qualcosa cambierà: quando vediamo qualcosa di concreto, con il tempo diventa consapevolezza. So che altre persone con disabilità porteranno la fiamma olimpica e questa potrebbe essere una grande lezione di uguaglianza. Solo così molti potranno comprendere fino in fondo l’importanza dell’inclusione e la valorizzazione di ogni forma di diversità. Immagino che molte cose potranno cambiare nel modo di includere, progettare ed educare. Tuttavia, credo che ci avvicineremo a un nuovo modo di vedere e sentire le cose»







