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ESCLUSIVA. Barbarisi tra Salernitana e Salerno Calcio

by Lino Grimaldi Avino
14 Agosto 2017
in Esclusive
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Barbarisi tra Salernitana e Salerno Calcio

Alla vigilia di una nuova stagione in granata abbiamo contattato un ex granata speciale, il quale ha vissuto il passaggio dalla Salernitana di Lombardi al Salerno Calcio dei romani Lotito e Mezzaroma, Adriano Barbarisi.

Ciao Adriano. Tu fai parte della Salernitana nuovo corso, quella nata dalle ceneri della finale persa con il Verona nel 2011. Come arrivasti a giocarti le tue chance con il Salerno Calcio?

“Sì, anche se mi sento appartenuto più alla Salernitana di Lombardi, avendo fatto tutta la trafila delle giovanili sotto la sua era, che a quella di Lotito, nella quale ho partecipato ad un solo campionato. Ricordo bene quell’estate del 2011, avevo appena finito il campionato nazionale Berretti; la voglia di poter far bene e di fare il grande salto, era sempre più forte in me; avevo alcune richieste in Lega Pro e alcune in primavere di B. E’ inutile dire che quando mi arrivò la chiamata del Salerno Calcio, non ci pensai due volte, anche perché in pochi possono capire cosa significhi poter giocare nella squadra della tua città e del tuo cuore”.

E’ vero che alle selezioni soffiasti il posto a Paganini, il quale ha poi conquistato, da protagonista, due promozioni dirette e consecutive con il Frosinone?

“Ricordo che dovevamo disputare una partita amichevole contro una squadra locale, e se non erro giocavamo in un campetto nella provincia di Frosinone. Durante il riscaldamento, tra un lancio e un altro, chiacchieravo con Avagliano e Giacinti (unici salernitani a far parte del ritiro), quando ad un certo punto, vidi quest’ultimo andare a salutare un ragazzo che era venuto in prova, e che avendo giocato con lui, si presentò come Luca; dopo la partita, lui non salì sul pullman che ci avrebbe portato in hotel a Fiuggi, e da lì, è inutile dire dove sia potuto andare, dato che ora lo vediamo in tv”.

Chi erano i tuoi primi compagni d’avventura? Com’era giocare all’Arechi?

“I primi a cui mi legai, furono senza dubbio Avagliano e Giacinti, anche se ricordo con piacere Ramiccia, Maglione e Canotto (quest’ultimo, quest’anno, ha giocato a Trapani). Per quanto riguarda gli over, ricordo che fui impressionato, quando arrivò in ritiro Biancolino: ebbi quasi paura di trovarmi davanti un armadio a quattro ante, pieno di tatuaggi, però la persona che più di tutti mi colpì. Fu capitan Giubilato, solo a guardarlo, ti sentivi sicuro che non ti potesse succedere niente finché c’era lui lì con te, e poi come potrei non spendere due parole sull’instancabile Montervino, o sul più bello della squadra Simone Calori?”.

Giocasti cinque partite da titolare facendo anche una buona figura, poi più niente. Com’era il tuo rapporto con l’allenatore?

“Quell’anno giocai poco, anche se ricordo precisamente tutte le azioni svolte in quella cinque partite, e più di tutte, il gol che mi divorai all’Arechi contro il Selargius. Per quanto riguarda il rapporto con mister Perrone, credo di non dover dire nulla di negativo sull’aspetto tattico. In alcune occasioni non ho condiviso per niente le sue scelte, però posso affermare con fermezza, che è stata una delle persone più umane che abbia mai incontrato nel calcio; proprio per quest’ultimo aspetto, avrei gradito, da parte sua, più chiarezza a metà campionato, dato che da lì in poi, giocai forse una partita”.

Dopo l’esperienza blaugrana dove hai giocato?

“L’anno dopo partii per Genova, e precisamente a Lavagna, dove mi accasai fino a dicembre nella squadra locale militante in D. A dicembre, mi chiamò la Cavese, e per avvicinarmi ai miei familiari e amici, decisi di firmare proprio alla corte di mister Pietropinto; una settimana dopo aver firmato, cambiarono società e allenatore, trovandomi fuori dal progetto e per lo più anche fuori tempo massimo per lo svincolo, come si dice in questi casi “cornuto e mazziato”. L’anno dopo avevo deciso di abbandonare per un po’ il calcio ma fui convinto dal mio caro amico Ernesto De Santis, a dargli una mano in una squadra locale di Mercato San Severino, l’ASD Pandola. Riscoprii la vera essenza del gioco del calcio, poi da lì in poi, ho militato in varie squadre di promozione tra cui Solofra, la stessa ASD Pandola, Salernum e San Severinese”.

Cosa pensi dei regolamenti che regolano l’utilizzo degli under nelle serie minori?

“Io sono uno dei ragazzi che grazie a questa regola, ha potuto giocare probabilmente in squadre dove non avrei nemmeno potuto essere il secondo sostituto. Sono contrario a questa stesso regolamento poiché penso che non solo limiti molto le scelte di un allenatore, ma più di tutto, esalta il ragazzino facendolo credere già calciatore. Lo butta giù nel momento in cui il periodo di under finisce, e sistematicamente, si ha grossa difficoltà a trovare squadra, perché vecchio per essere giovane ma nello stesso tempo troppo giovane per essere vecchio”.

Sei ancora giovane come calciatore, oggi cosa fai?

“Io oggi continuo la mia passione giocando in categorie più basse. Con uno dei miei più cari amici Fabrizio D’Auria, sto cercando di crearmi delle basi per il mio futuro, cercando, spero in un futuro prossimo, di poter aprire un’attività. Sento di poter dire con tutta sincerità di essere fiero di me stesso, perché penso di essere stato fortunato a poter far parte di uno dei gruppi che ha riportato la Salernitana dove merita di essere, e quando penso che anche io, ho potuto ascoltare calcando quel prato, una delle tifoserie più belle d’Italia, mi viene ancora la pelle d’oca”.

Lino Grimaldi Avino

Lino Grimaldi Avino

Lino Grimaldi Avino, giornalista, editore e scrittore. Ha lavorato presso Le Cronache, TuttoSalernitana, Granatissimi e SalernoinWeb ed è direttore di SalernoSport24. Alla radio ha lavorato presso Radio Alfa e RCS75 e attualmente è corrispondete di Radio Punto Nuovo per lo Sport salernitano. Ha pubblicato due libri: Angusti Corridoi (2012) con la casa editrice Ripostes, e La vita allo specchio - Introspettiva (2020) con la Saggese Editori, con prefazione dello scrittore Amleto de Silva.

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