Il piano italiano per gli stadi di Euro 2032 prende forma, con risorse quasi esclusivamente private e la promessa che cinque o sei cantieri partiranno entro fine anno. Ma la grande questione rimane geografica: chi tra Salerno e Napoli ne farà parte?
Stadi e Euro 2032: Abodi in Senato, i numeri e le priorità
Tre miliardi e mezzo di euro, tutti privati. È questa la cifra che il ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi ha portato in audizione alla settima Commissione del Senato, nell’ambito dell’esame sulle prospettive di riforma del calcio italiano. Il perimetro è quello degli stadi in fase di iter amministrativo, in parte destinati a Euro 2032. La regia è affidata a un commissario straordinario (Massimo Sessa, già indicato e in via di nomina ufficiale) con il compito di sbloccare i cantieri e interagire con le amministrazioni locali coinvolte.
Le tempistiche sono strette. Tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, secondo le previsioni di Abodi, potrebbero partire cinque o sei cantieri. Da ottobre, ha aggiunto il ministro, si punterà a fornire risposte settimanali sull’avanzamento dei lavori: un ritmo inedito per un sistema che, storicamente, non brilla per velocità burocratica.
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Il governo ha chiarito il proprio perimetro d’azione: nessun contributo a fondo perduto, la finanza privata guida gli investimenti, lo Stato agevola l’iter e ci mette l’occhio attento del commissario. Un approccio che rispecchia anche il caso di Genova, dove lo stadio resterà pubblico ma il finanziamento sarà privato, gestito da Sampdoria e Genoa in cambio di una concessione novantennale di cui cinquanta anni gratuiti. Fa eccezione Firenze, dove l’impulso è pubblico. Per il resto, chi non porta finanza privata resta indietro.
Le sedi certe e quelle in bilico: l’Arechi ancora in corsa
Abodi ha anche fatto chiarezza sulle sedi già acquisite per Euro 2032: l’Allianz Stadium di Torino e lo Stadio Olimpico di Roma sono le uniche due confermate. I rimanenti cinque impianti da definire entro ottobre includono, tra gli altri, quelli di Firenze, Milano, Palermo, Genova e Cagliari. Milano resta un capitolo aperto, con la questione San Siro ancora da risolvere.
Sul fronte Sud Abodi è stato esplicito: «È impensabile che non ci sia uno stadio al Sud». Una dichiarazione che suona come impegno politico, ma che non si traduce automaticamente in una sede assegnata. Napoli è il caso più emblematico: il Maradona non compare nei comunicati FIGC sulle sedi in linea con i criteri, e Abodi stesso ha avvertito che la città «deve cercare di sintonizzarsi con un calendario incalzante», con scadenze già fissate dall’UEFA. Il Comune non ha ancora scioltola riserva sul futuro dell’impianto.
Salerno è, allo stato attuale, la candidatura meridionale più avanzata. La FIGC e l’UEFA hanno effettuato un sopralluogo tecnico all’Arechi nelle scorse settimane – Curva Nord in cantiere, aree hospitality sotto esame – e la città resta ufficialmente in corsa. La decisione finale è attesa entro luglio 2026. Il nodo non è tecnico: i lavori procedono, le infrastrutture di mobilità ci sono. Il problema è finanziario: i fondi FESR sono stati esclusi dall’UE, e ora si guarda ai Fondi di Coesione, con tutti i tempi e le incertezze che comportano.
È proprio qui che il modello “tutto privato” disegnato da Abodi mostra i suoi limiti al Sud: senza un ancoraggio a risorse pubbliche strutturate e con la finanza privata difficilmente attraibile in contesti come Salerno rispetto a Milano o Roma , il rischio è che l’impegno politico sull’«impensabile assenza del Sud» resti tale. Un’intenzione, non un cantiere.







