La storia della Salernitana è un intreccio di uomini ed eventi che hanno lasciato un segno profondo nel cuore dei tifosi granata, talvolta anche solo per pochi mesi o qualche partita. Quando poi si aggiunge un legame diventato viscerale anche con la città di Salerno, uno dei simboli più autentici è senz’altro Ivan Radovanovic.
Ivan Radovanovic si racconta tra passato e futuro
Nato a Belgrado nel 1988, Ivan Radovanovic si è distinto nella sua carriera nel ruolo di centrocampista difensivo e, negli ultimi anni da calciatore, anche da difensore centrale. Arrivato a Salerno nel gennaio 2022 dal Genoa, dopo sei mesi fuori rosa nel club ligure, il calciatore ex, tra le tante, di Atalanta e ChievoVerona si è reso protagonista indiscusso della storica, prima, salvezza del club granata.
Durante la parentesi a Salerno ha mostrato, in quella che sembrava essere una fase discendente della sua carriera, tutte le sue qualità tecniche e morali, portandolo ad essere uno dei capisaldi della salvezza del 7% e fautore di alcuni momenti iconici di quella stagione magica. La rete alla Roma, con annessa esultanza sotto il settore ospiti unita all’immagine col fumogeno in mano nella sfida leggendaria contro l’Udinese, hanno portato Ivan ad essere uno degli idoli di una piazza che, col suo fare caloroso, è entrata nel cuore del centrocampista.
L’indimenticato centrocampista, protagonista della memorabile salvezza nella stagione 2021-2022, si è raccontato ai microfoni di SalernoSport24 dando vita a una conversazione che omaggia il periodo storico più importante della storia moderna della Salernitana.
Segue la Salernitana attualmente, e cosa pensa dell’avvio della Salernitana?
«Sì, tuttora seguo la Salernitana. Non la vedo in diretta perché faccio un po’ fatica qua in Serbia, però poi vedo highlights o la gara in differita seguendo il risultato in diretta. Quando ho saputo che il diesse per questa stagione sarebbe stato Faggiano, gli ho scritto un messaggio perché lo conosco personalmente e ho lavorato con lui a Genova. La prima cosa che gli ho scritto è quella di riportare la Salernitana lì dove merita di stare: in Serie A».
Che ricordo hai della tua avventura a Salerno?
«Ho ricordi bellissimi della mia avventura a Salerno. Ancor più belli quando vedo che le mie figlie mi chiedono di Salerno perchè la mia primogenita ha cominciato lì la scuola. Tutta la mia famiglia è stata bene a Salerno e quando ciò accade anche tu calciatore in prima persona sei più tranquillo e contento. Purtroppo mi sono lasciato male con alcune persone ma non voglio neanche più pensarci. Da quando ho smesso sono tornato a Salerno altre due-tre volte quando ero in vacanza a Castellabate e mi manca tantissimo. Soffro a vederla giocare in questi campi, con tutto il rispetto per le squadre che militano in terza serie, in quanto alcuni anni fa andavamo a giocare a Torino e a Milano. La Salernitana mi è rimasta nel cuore e la seguo tanto tutt’ora. Non nego nemmeno di parlare anche oggi con diverse persone che lavorano all’interno della società perché con loro ho avuto un bellissimo rapporto».
Sono rimaste ancora tuttora iconiche le tue esultanze con l’Udinese e con la Roma, dopo la salvezza e dopo quel gol su calcio di punizione. Cosa ti è rimasto in mente di quelle situazioni?
«Ammetto che il video della salvezza con l’Udinese lo riguardo ogni giorno perché quell’impresa me la sono tatuata sulla pelle. Questo mi succede anche con la punizione che ho battuto a Roma, ma quello che mi rimarrà in mente per tutta la vita è il boato della nostra curva in uno Stadio Olimpico totalemente silenzioso. Io sono corso lì senza guardare, è stata una cosa totalmente spontanea. Quando ho fatto gol non ci credevo. Al di là del gol, mi affeziono tanto ai piccoli dettagli: al profumo dello spogliatoio e del nostro ingresso nel centro sportivo, al campo, al magazziniere, alla maglietta dell’allenamento. Ancora indosso le tute della Salernitana quando vado a giocare a calcetto o mi alleno e ci soffro perché poteva andare tutto diversamente. Questa piazza poteva giocare tranquillamente i prossimi dieci anni in Serie A».
Perché si è retrocessi? Cosa è mancato dal punto di vista societario? E cosa può fare questa società attuale per cancellare quegli errori?
«Abbiamo accettato di venire a Salerno non per soldi perché alla fine non è che erano così tanti da avere sul piatto una offerta irrinunciabile e nemmeno a me personalmente interessavano. Ero a fine carriera e cercavo per la prima volta un progetto al sud, potevo rimanere anche ad aiutare Lovato, Pirola e Daniliuc senza la pretesa di giocare tutte le partite. In rosa c’eravamo io, Gyömbér e Fazio che garantivamo l’esperienza necessaria per la crescita dei più giovani. Non era problema giocare una, o cinque partite. Mi trovavo bene in città, mi trovavo bene nella Salernitana.
Mi sentivo a casa anche se a Salerno ho giocato solo per un anno. Secondo me è stato sbagliato il trattamento ricevuto da noi della vecchia guardia, perché noi eravamo venuti lì a Salerno per salvare la squadra e perché volevamo il bene della società. Non è mai stato un problema di soldi per me. A me dispiace perché potevo dare ancora tanto per la Salernitana, anche post-ritiro. Ho giocato 327 partite in Serie A, come allenatore ho fatto salire una squadra dalla B alla A serba e sto allenando la Primavera del Partizan, dove sono cresciuto. Mi piace come lavoro, poi nella vita non si sa mai».
Quali sono i tuoi piani, ed idee per il futuro?
«Dopo che la Salernitana mi ha messo fuori rosa nei primi di febbraio sono voluto, di comune accordo con la mia famiglia, tornare in Serbia e dal 2022 ho intrapreso qui la carriera da allenatore. Mi sono sempre visto come allenatore e durante la mia carriera ne ho avuti diversi importanti. Voglio crescere e fare esperienza in quanto il mio obiettivo è tornare presto in Italia in quanto qui ho molte più opportunità».
Ti vedresti a Salerno come dirigente anche, oltre che allenatore?
«Io per la Salernitana ci sarò sempre perché tengo tanto alla piazza e alla città, però i matrimoni si fanno in due. Con il presidente, prima di andare via da Salerno, ci ho parlato dicendogli quanto ci tenessi a restare. Da quel momento io il presidente non l’ho più sentito. Sono venuto a Salerno dopo le due partite contro la Sampdoria e ho girato attorno allo stadio per mezz’ora e mi piangeva il cuore.
Ho lasciato qualche lacrima perché non ci credevo che la Salernitana potesse retrocedere in Serie C. Ho parlato anche con Inglese, prima che venisse a Salerno e gli ho detto di condurre immediatamente i granata in Serie A. Bisogna riportare a Salerno persone che ci tengono alla squadra perché noi siamo disposti a dare una mano, nonostante tutte le difficoltà del caso e l’effettiva certezza poi di far bene».
Tornando alla salvezza, quali sono state le tue impressioni appena arrivasti a Salerno e la situazione nello spogliatoio?
«Appena sono arrivato ho trovato come allenatore qui a Salerno Stefano Colantuono che ho avuto quando ero ragazzino a Bergamo. Il direttore sportivo Walter Sabatini è stato decisivo nel convincermi a venire. Durante il primo allenamento ricordo di essermi allenato vicino a Ribéry e lui mi ha detto: “Sono contento frate’, perché sei venuto qua da noi”. Aveva buoni rapporti con i serbi e mi chiamava brate (fratello).
Il segreto di quella salvezza è stato il gruppo unito partendo da chi giocava meno ma era reduce dalla stagione precedente, per esempio Djuric, Belec, Schiavone, Di Tacchio, Capezzi. Dentro lo spogliatoio eravamo uniti tutti indipendentemente dallo spazio in campo che avevamo la domenica, magari qualcuno era triste dal non giocare ma non lo dava a vedere pubblicamente. All’inizio, però, non si vinceva tanto, anzi e lo sottolineo perché non ho vissuto soltanto momenti belli. Ricordo che prima della partita contro la Sampdoria abbiamo parlato con i tifosi accorsi in massa per sostenerci in quella partita di Aprile. Parlando con loro vedevi che non erano contenti, perché fino a quel momento non avevamo dato ancora il giusto apporto alla causa.
E poi il mio pensiero inevitabilmente va a quella notte magica in cui andammo tutti a festeggiare per la città fino a tarda notte ed era bellissimo. Ero più contento per aver fatto felice la gente di Salerno che aveva sofferto tanto in quel periodo che per la salvezza in sè. Non vedevo l’ora di arrivare a Pontecagnano al centro sportivo, è quello che sto cercando di trasmettere ai miei ragazzi qui, al Partizan».
Che differenza hai provato tra il giocare al Nord e il giocare al Sud?
«Giocare al Sud è stato bellissimo, per il clima, per il cibo e per il calore dei tifosi. Fino a 25 anni sono stato a Bergamo e in prestito in numerose squadre. Al Chievo era tutto diverso: una vera e propria isola felice, abitare al nord non mi è pesato perché essendo serbo sono cresciuto con la neve e il tempo freddo. Io a Salerno abitavo a Sala Abbagnano, dove dalla collina di casa mia, aprendo le finestre, si vedeva lo stadio davanti al mare. Devo dire la verità: ho mangiato molto meglio al Sud rispetto al Nord. La maglia della Salernitana è molto pesante, non è facile indossarla soprattutto quando le cose vanno male: tra andare bene e andare male il limite è molto sottile. Io sto immaginando i ragazzi che ora giocano in Serie C. Soprattutto per loro non è facile».
Che impressione ti ha fatto la squadra? E quale consiglio ti senti di poter dare alla squadra? Può ambire alla promozione?
«Il gruppo è la cosa più importante è la Salernitana quest’anno lo ha altrimenti non vinci delle partite al 97′. Quando in campo ci si aiuta l’un con l’altro significa che lavori nel modo giusto. Quando abbiamo vinto ad Udine ho giocato gli ultimi 10 minuti da stirato e poi a Bergamo non ho potuto giocare. Per rientrare in tempo utile per la partita contro il Venezia feci terapie giorno e notte e ci riuscii nonostante mi si girò poi la caviglia durante la partita. Ho continuato a giocare in condizioni fisiche non ottimali anche contro Empoli e Udinese. Mi spingeva a farlo il gruppo, la maglia e i tifosi. Quel momento per me era tutto. Io, per non giocare in quel periodo, dovevo rompermi. Sono sensazioni che devi trovare da solo dentro di te. Quando parlo della Salernitana mi emoziono sempre, è più forte di me.
Che messaggio ti senti di mandare alla piazza?
«Questi ragazzi stanno portando le persone allo stadio nonostante due retrocessioni di fila. Mi piace molto vedere i tifosi legati alla Salernitana e alla maglia nonostante queste due annate disastrose. I tifosi hanno contestato la squadra perché ci sono state due retrocessioni di fila, ma i ragazzi stanno riportando la gente allo stadio e li stanno ripagando del loro calore. La tifoseria deve stare accanto alla squadra perché questo è un gruppo solido altrimenti non avrebbe vinto tante gare all’ultimo. Quest’anno sarà dura vincere subito perché il girone meridionale è molto pesante. La piazza deve essere unita, perché senza i tifosi non si può vincere e viceversa. Bisogna pensare solo al bene di Salerno e della Salernitana».







