Alla Salernitana, negli anni della recente Serie A, son passati tanti fuoriclasse e giocatori iconici che, in un modo o nell’altro, hanno lasciato bellissimi ricordi nel cuore dei tifosi granata. Tra questi c’è indiscutibilmente Ochoa, portiere storico del Messico ed uno dei calciatori più noti della nuova era del calcio. Attraverso due interviste, una a Rampulla, allenatore dei portieri nella stagione 2022-2023, ed una ad Alessandro Lamberti, uno dei fondatori dell’Ochoa’s Boys Fan Club.
Ochoa icona mondiale: quando Salerno visse il Memo
Per conoscere meglio la figura di Memo, noi di SalernoSport24 abbiamo intervistato Michelangelo Rampulla, storico portiere della Juventus, della Cremonese, del Cesena e del Varese che, nella stagione 2022-2023 ha ricoperto il ruolo di allenatore dei portieri della Bersagliera, affiancando Ochoa nella sua preparazione settimanale. Inoltre abbiamo rispolverato anche il gruppo degli Ochoa’s Boys che, in quel periodo di grande entusiasmo, divennero un riferimento della tifoseria granata. Un viaggio nel passato recente della Salernitana e di Salerno, quando l’entusiasmo faceva capolinea in ogni angolo dello stadio “Arechi” e quando la straripante tifoseria granata ammirava con i propri occhi uno dei portieri più importanti della storia del calcio, Memo Ochoa. Con il suo ritiro dopo il mondiale di calcio, il calcio perde un uomo prima che un calciatore, ed i racconti di Rampulla e di Alessandro, in questo senso, lo confermano.
L’intervista a Rampulla: “Memo sapeva far tutto. Aveva grande umiltà”
1) Quanto difficile o bello è allenare un portiere esperto come Ochoa?
«Diciamo che è stato facilissimo allenare Memo in realtà, perché è talmente un professionista, con tanta umiltà, che ha reso facile allenarlo perché ci si capiva al volo. Più il livello è alto e più le cose sono facili. Anche se a qualcuno può sembrare difficile, in fondo in fondo è molto facile quando sei sulla stessa lunghezza d’onda».
Ha un aneddoto su qualche suo gesto tecnico in allenamento?
«No, a me rimaneva impresso che, a volte, anche quando sembrava che nei tiri di allenamento potevi far gol, lui ci arrivava sempre. Ha questa caratteristica che anche quando sembrava gol, lui in un modo o nell’altro ci arrivava. Quindi, grande movimento in porta e soprattutto il fatto di sapersi muovere dentro i 7 metri.
Memo sapeva far tutto. Il fatto che è un giocatore, un portiere in questo caso, che fa sei Mondiali la dice lunga sulla levatura del portiere. È un ragazzo che parlava poco però si faceva sentire in altri modi: aveva grande umiltà, grande voglia di lavorare. A 38 anni si è calato proprio nella parte di Salerno che non è la Juventus, Milan o Inter, ma una realtà diversa. Lui, in questo senso, si è calato benissimo con umiltà e con voglia di fare. Credo che sia questa la caratteristica principale di un portiere».

Lei è stato un grande portiere del passato: che differenze avete notato nel vostro “vecchio stampo” e nel suo modo di giocare?
«Il portiere deve solo fare una cosa: parare. Poi, per quanto riguarda me, ho iniziato a giocare come centravanti, ed in questo senso ero più moderno rispetto all’epoca. Poi, che sia bravo coi piedi, a smistare la palla a destra e a sinistra, è un qualcosa in più. Lui, pur non essendo un portiere molto alto, fisicamente ben prestante per il periodo, dato che adesso i portieri sono più di 1,90 m, aveva grande reattività, grande calma, grande tranquillità.
Così anche chi gioca davanti a te, difensori o centrocampisti, giocavano molto più tranquilli. E quella è la caratteristica principale secondo me di un portiere: dare tranquillità e sicurezza ai compagni. Memo lo sapeva fare benissimo. Poi la grande reattività e le parate incredibili che abbiamo visto tutti lo rendono un portiere nettamente superiore alla media».
Cosa lascia e ti ha lasciato Ochoa?
«A me lascia tutto quello che ha fatto nei ventiquattro anni finali ed è stato per me, che ho allenato anche Buffon, poterlo allenarlo. Ha fatto capire sempre con grande umiltà ed impegno che si possono fare grandi cose a qualunque età».
Il fenomeno degli Ochoa’s Boys: “Uomo straordinario”
Com’è nata l’idea degli Ochoa Boys?
«È nata per scherzo: era nel periodo di Carnevale e Memo giocava poco. Per fare una piccola protesta pacifica è ci siamo messi la maglia con scritto “No Memo, No Party” ed i capelli come lui, creando questa cosa simpatica».
Memo ha apprezzato la vostra idea: com’è stato l’incontro con lui?
«Lo abbiamo incontrato più volte, ed è una persona fantastica, e molto disponibile. Io mi sento spesso sui social con lui, augurandogli spesso la buona fortuna prima delle partite e lui risponde sempre molto gentilmente».
Qual è stato il momento in cui avete capito l’importanza di Ochoa?
«Oltre alle parate importanti, a lui piaceva Salerno. È sempre stata una persona per bene con tutta la tifoseria che per qualunque cosa si fermava. Anche ora ci tiene tanto a Salerno: qualche mese fa mi ha mandato una foto di suo padre con il cappellino della Salernitana».
Quale momento ricordate con più piacere in campo di Ochoa a Salerno?
«Quando abbiamo aperto il club. Venne qua e si dimostrò subito disponibile quando abbiamo aperto l’attività. Quel momento è stato senza dubbio il più bello. C’erano un sacco di persone quando facemmo l’inaugurazione: fu una bella emozione. Eravamo tutti quanti entusiasti qua a Salerno».
Cosa lascia Memo al calcio?
«È uno degli atleti più importanti della storia del calcio: giocare fino a 41 anni e avere la voglia di allenarsi tutti i giorni, non penso sia per tutti. È un giocatore vecchio stampo: non come quelli di adesso che lo fanno solo per soldi e fama. Lui lo fa proprio perché gli piace: il calcio perde tanto.
Due anni fa, quando lasciò Salerno, l’ho visto e mi disse: “Io vado via da Salerno, ma farò di tutto per giocare il sesto mondiale”. Aveva l’obiettivo ed è riuscito a raggiungerlo. Va comunque dato onore per questa cosa».








